mercoledì 24 settembre 2014

L'occupazione non crescerà abolendo l'articolo 18, ma estendendo le tutele ai lavoratori che oggi non le hanno.

Un attacco allo Statuto dei Lavoratori è un attacco alla Costituzione stessa dello stato italiano. Alla libertà dei lavoratori. Principi come quelli dell'art. 1 e dell'art. 4 che, oltre a decretare il lavoro come base stabile del nostro ordinamento repubblicano, ne sanciscono anche il diritto in capo ad ogni cittadino. Renzi annuncia di far uscire l'Italia dall'"aprtheid" del lavoro togliendo le libertà e le garanzie ottenute in 50 anni di lotte sindacali. Ovvero togliendo il diritto alla libertà e dignità dei lavoratori, alla libertà sindacale e all'attività sindacale. Come a voler dire "Diamo la possibilità di licenziare, così avremo la possibilità di assumere". Una concezione stramba, sgangherata che non sta in piedi. Occupazione può crearsi aumentando il potere d'acquisto di famiglie e lavoratori, permettendo l'accesso al mutuo alle categorie di lavoratori precari, permettendo un aumento generale dei consumi. La stessa concezione ce l'hanno quelli che pensano che uno Stato finanziariamente sano sia solo quello che incamera una consistente quantità di soldi dalle tasse. E' come mettere i piedi in un secchio e sperare di sollevare il secchio stesso.  Lo Statuto dei Lavoratori nasce nel costesto degli anni 60 e 70 nell'Italia del boom economico, quando milioni di lavoratori agricoli si riversavano nelle città e l'Italia si apprestava a passare da Paese agricolo a Paese prevalentemente industriale.
In questo contesto i rapporti di lavoro furono giudicati iniqui da un numero crescente di analisti, non solo della sinistra. Oggi, che stiamo passando da una società industriale ad una società dell'alta finanza e della comunicazione, si sono inventati i contratti a tempo, l'apprendistato, il progetto. E su questi servono altre tutele, altro impegno politico e sindacale. Occorre far uscire sì i lavoratori dall'apartheid, ma dall'apartheid indotto dal profitto ad ogni costo, dalle pratiche illegali come lo sfruttamento di lavoratori in nero, sottopagati e senza tutele. Maternità, malattie, ferie e giusta paga sono tutele che spettano non per diritto divino, ma anche per rendere migliore la produzione stessa. A che gioverebbe un lavoratore impaurito, sottomesso, intimorito, senza speranza nel futuro se non a rendere la produzione peggiore e quindi a peggiorare l'economia stessa di una azienda? E all'indomani del'abolizione dell'articolo 18 cos'altro verrà abolito in nome della produzione e dell'economia? Rimettere l'uomo al centro di ogni azione, sia essa politica o economica, in questo risiede una vera riforma del mercato del lavoro e dell'economia stessa. Economia che sia al servizio dell'uomo e non viceversa. Della sua dignità, della sua libertà stessa di uomo/padre/madre/figlio/cittadino/consumatore/elettore. Se tutelare la dignità dell'uomo e la sua libertà significa essere conservatore, allora è meglio essere conservatore che reazionario.
«Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile e appassionata opera, ogni sua energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando, prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio dell’imminenza della sua fine, offriva prova di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione. Luglio 1969»
[Medaglia d'oro al valor civile per Giacomo Brodolini]

Chi è Giacomo Brodolini? 

E’ ricordato come il “padre” dello Statuto dei lavoratori. Nel 1969 Giacomo Brodolini istituì una Commissione nazionale con l’incarico di stendere una bozza dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Tale commissione era composta da personaggi di notevole spessore e a capo Brodolini vi mise Giugni, all’epoca solo un professore universitario, seppur già molto noto.
Lo Statuto permise di far entrare la Costituzione italiana nelle fabbriche, nel periodo dell’autunno caldo e della nascita della lotta armata. Su quel periodo Giugni sostenne:
« Fu un momento eccezionale, forse l’unico nella storia del diritto in Italia: era la prima volta che i giuristi non si limitavano a svolgere il loro ufficio di “segretari del Principe”, da tecnici al servizio dell’istituzione, ma riuscivano ad operare come autentici specialisti della razionalizzazione sociale, elaborando una proposta politica del diritto »
Giugni è anche stato l’inventore del trattamento di fine rapporto (TFR), riformando il sistema delle liquidazioni dei lavoratori italiani, introducendo una sorta di sistema contributivo.

Cos'è lo Statuto dei Lavoratori?

La locuzione statuto dei lavoratori indica, in Italia, la legge 20 maggio 1970, n. 300 ("Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento"), che ancora oggi è una delle norme fondamentali nel diritto del lavoro italiano.
La sua introduzione provocò importanti e notevoli modifiche sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dei rapporti fra i datori di retribuzione, i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali; ad oggi di fatto costituisce, a seguito di minori integrazioni e modifiche, l'ossatura e la base di molte previsioni ordinamentali in materia di diritto del lavoro in Italia.

Cos'è l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

L'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, nel diritto del lavoro italiano fa riferimento all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", nota appunto come statuto dei lavoratori.
Esso costituisce applicazione della cosiddetta tutela reale disciplinando in particolare il caso di licenziamento illegittimo (ovvero effettuato senza comunicazione dei motivi, ingiustificato o discriminatorio) di un lavoratore.