mercoledì 15 ottobre 2014

Di fame non ce n'è una sola

I diversi rapporti e indici pubblicati in vista della giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre nascondono pesanti differenze fra regioni e Paesi. Se a livello globale la fame è in calo, in Africa i progressi sono molto più lenti e il numero di affamati è aumentato dal 1990 con l’aumento della popolazione. C’è anche una nuova sfida da affrontare: la democrazia dell’accesso al cibo.
Esistono i sommersi e i salvati anche fra i Paesi che combattono la fame. E le zone grigie della fame nascosta, che colpisce 2 miliardi di persone al mondo. È un panorama un po’ più complesso sulla fame nel mondo quello che emerge dal rapporto presentato da un gruppo di organizzazioni non governative. Si tratta dell’Indice globale della fame (Global Hunger Index, GHI) pubblicato da International Food Policy Research Institute, Concern Worldwide e Welthungerhilfe e diffuso in Italia da Cesvi, quest’anno con il patrocinio di Expo 2015.
A livello globale la fame è in calo, dicono le ong, anche se 805 milioni di persone affamate nel mondo resta un numero “inaccettabilmente alto”. L’Indice quindi conferma la tendenza evidenziata dalla FAO nello Stato sull’insicurezza alimentare nel mondo (Sofi) i cui dati, resi pubblici il 17 settembre, saranno discussi dal Comitato sulla Sicurezza alimentare mondiale, che si apre oggi a Roma alla FAO e si concluderà sabato 18 ottobre.
L’Indice globale diffuso dal Cesvi valuta 120 Paesi del mondo (escluse Europa e Nord America) in base a tre indicatori: la percentuale di popolazione denutrita, il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni e la percentuale di bambini sottopeso con meno di cinque anni. Gli Stati ricevono un punteggio da 0 a 100, più è alto più i livelli di fame sono allarmanti.
A registrare i maggiori progressi rispetto a cinque anni fa è l’America Latina, dove il punteggio è diminuito del 54% e il sud-est asiatico (-53%). Fra gli Stati spicca il caso dell’India, dove la sottonutrizione dei bambini è diminuita di quasi 13 punti percentuali dal 2006 al 2014. Angola, Bangladesh, Cambogia, Ciad, Ghana, Malawi, Niger, Ruanda, Thailandia e Vietnam hanno riportato forti miglioramenti rispetto al 1990. Ma ci sono anche i Paesi dove la situazione è peggiorata, come lo Swaziland flagellato dall’Aids dove l’indice della fame è cresciuto del 67%, l’Iraq destabilizzato dai conflitti (+48%) le Comore (+28%) e il Burundi (+11).
Ma c’è anche la “fame nascosta”, che colpisce due miliardi di persone. “Abbiamo definito così la sottonutrizione che si verifica quando l’assunzione e l’assorbimento di vitamine e minerali sono troppo bassi per garantire normali condizioni di salute” spiega Diego Carangio, esperto di nutrizione del Cesvi. “È una fame spesso difficile da individuare ma molto pericolosa perché indebolisce il sistema immunitario, compromette lo sviluppo fisico e intellettuale e, nelle forme più acute, può portare alla morte”.
Nelle edizioni precedenti l’Indice globale della fame aveva rilevato fenomeni che influiscono sull’accesso al cibo come la volatilità dei prezzi dei cereali dovuta anche alla speculazione finanziaria, il land grabbing, ovvero l’appropriazione delle terre nei Paesi di sviluppo da parte di grandi aziende e altri Stati, gli incentivi ai biocarburanti che influenzano il mercato alimentare.
In molti casi la fame non è determinata da un’insufficienza di cibo disponibile ma del mancato accesso ad esso, sottolinea un altro rapporto, quello dell’Osservatorio Diritto al Cibo ed alla Nutrizione, presentato alla FAO l’8 ottobre. “La sicurezza alimentare e i diritti umani rimangono profondamente minacciati dalla concentrazione della proprietà della terra, dalla dominazione dei sistemi alimentari e da politiche incoerenti” denuncia il rapporto.
A parlare di “democrazia del cibo” è stato Oliver De Schutter, fino all’anno scorso relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo e fra gli esperti ad aver richiamato l’attenzione sul fenomeno della speculazione finanziaria sui beni alimentari: “Ci sono attori importanti in grado di bloccare il cambiamento in base alla posizione dominante che hanno acquisito nei sistemi alimentari e politici” ha affermato. “Per questo la democrazia del cibo è veramente la chiave per arrivare a sistemi alimentari più sostenibili”.
Emanuela Citterio