giovedì 13 novembre 2014

Ridicolizzare il dissenso

Come il giovane Rousseau risponderebbe alla barbarie mediatica odierna
“C’è un’arte tutta liberale di zittire l’interlocutore ridicolizzandolo o criminalizzandolo”
 Si è espresso così Pietrangelo Buttafuoco qualche giorno fa in diretta tv, durante la trasmissione “Otto e mezzo”, quando il suo interlocutore Corrado Augias, in un attimo di “simpatia”, lo aveva definito antisemita. La vicenda è forse ormai nota, ma non per questo meno attuale. In effetti, essa fotografa la realtà di tutti i giorni, quella del pensiero unico e dell’incredibile capacità del sistema di ridicolizzare, o addirittura criminalizzare, tutti coloro che combattono contro le sue ingiustizie. Accade così per i critici della globalizzazione (i “fascisti”), per chi contesta la libertà liberale (“i comunisti” o peggio “i totalitaristi”), o ancora per chi condanna l’idea di progresso infinito in un mondo finito (“i figli dei fiori”).
È inutile girarci tanto intorno, la verità, anche se cruda, è molto semplice: nel dibattito odierno sono ammessi legittimamente solamente coloro i quali incarnano il sistema d’idee attuale. Gli altri danno fastidio e vanno emarginati. Ma in una società che vive sullo e dello spettacolo, emarginare non può significare altro se non mettere al centro dell’attenzione al fine di ridicolizzare. Il proprio interlocutore dissidente, allora, non è più, socraticamente, un individuo con il quale dialogare per raggiungere la Verità, ma un buffone rispetto al quale considerarsi superiori. È questo che viene fatto, se e quando se ne presenta l’occasione, negli studi televisivi di tutte le reti, salvo rarissime eccezioni, da anni a questa parte, le quali sembrano dire: se non sei liberale, capitalista e progressista, meglio che resti a casa o sennò preparati ad essere il clown della serata. Questo accade perché, ovviamente, il dibattito deve vertere su argomenti di basso profilo culturale e del tutto antipolitici. Non ci si può permettere di parlare di idee e spesso neanche di fatti, ma si deve blaterare a proposito di persone. Accuse reciproche tra politicanti ed altra brava gente; ecco qual è il vero succo delle trasmissioni pseudopolitiche italiane. Bisogna dimostrare pubblicamente di essere migliori degli altri, o per meglio dire, bisogna apparire migliore di quanto gli altri vogliano apparire.
Come sosteneva Rousseau nel suo Discorso sulle scienze e sulle arti del 1750, insieme a molti altri prima e dopo di lui, tra l’essenza e l’apparenza c’è una grande differenza. Il pensatore ginevrino, però, aggiunge un dettaglio molto significativo a proposito: «Il bisogno innalzò i troni: le scienze e le arti li hanno rafforzati». Nel XVIII secolo non c’erano i talk show, la televisione non esisteva e non era nemmeno lontanamente in programma, tuttavia è proprio nel secolo dei “lumi” che sono state poste molte basi per la società odierna. Rousseau, come è noto, fu un profondo critico dell’illuminismo, condannando l’idea di progresso dalla quale questa corrente era animata e dall’egemonia che la libertà individuale andava assumendo, a scapito dei buoni costumi e delle virtù civiche. Come non vedere, allora, nello strapotere odierno dei mass media la degenerazione più lampante di quel modello sociale già condannato allora? Il giovane Rousseau le cose non le mandava a dire, le diceva e basta. E, forse, gradirebbe lo stile forse fin troppo enfatico con il quale si cercherà di rispondere brevemente a questa domanda.

Un concetto non può essere considerato come transtorico, ma va sempre contestualizzato. Oggi questa operazione raramente viene fatta. È il caso di termini come “regime” e “dittatura”, quasi sempre associati unicamente ad un determinato periodo, come se ora fossero scomparsi, sconfitti dalla “democrazia” e dalla “libertà”. Niente di più falso. Oggi questi concetti non sono scomparsi, ma si sono incarnati in nuove forme, quelle, appunto, democratiche e liberali-libertarie. La logica consumistica, il bombardamento mediatico e la spettacolarizzazione della quotidianità hanno plasmato l’individuo post-moderno. Egli è apatico verso tutto ciò che lo circonda, chiuso nella sua gabbia, blindato nel suo bunker. Il bunker, ovviamente, è quello del benessere tecnologico e progressista. La tecnica ed il progresso svolgono la stessa funzione delle arti e delle scienze condannate da Jean Jacques nel suo Discorso del 1750: «stendono ghirlande di fiori sulle catene di ferro».
Quelle catene che trattengono l’individuo nel suo mondo, tra le sue comodità, facendolo disinteressare delle questioni pubbliche e privandolo della sua stessa natura sociale. In questo modo viene spezzato il legame comunitario tra gli uomini ed il rapporto tra umanità e Natura bruscamente interrotto. Crediamo di essere democraticamente liberi, invece siamo dittatorialmente sottomessi ai nuovi padroni del mondo. I marchi multinazionali invadono il pianeta, i nostri pensieri e le nostre tasche. Siamo dipendenti dal cibo spazzatura, dall’i-phone, dagli show televisivi, dal gossip…da tutta questa immondizia. Non è un caso che la nostra società si stia disintegrando e con essa tutta la Terra. Perciò sì, i mass media oggi non sono altro che la degenerazione continua di un determinato sistema dove, sempre per il ginevrino: «Non si domanda più di un uomo se abbia onestà, ma se abbia ingegno; non di un libro se sia utile, ma se sia scritto bene. Le ricompense sono prodigate ai begli ingegni; e la virtù resta senza onori. Mille premi per i bei discorsi, nessuno per le belle azioni». Il primo passo per il cambiamento sta nella riappropriazione di se stessi, ricercando l’equilibrio in e nel Tutto, o come direbbe Rousseau nella sobrietà dei costumi, riprendendo il detto degli antichi: in medio stat virtus. In contesti in cui sono accettati soltanto quelli che Adorno definiva “prodotti di consumo” e Lukács “letteratura amena”, che ci facciano passare pure per buffoni, pagliacci, clown. Almeno noi abbiamo delle idee da portare avanti.