martedì 24 marzo 2015

Tasse, da Tasi, Imu & Co super-bottino da 25,2 miliardi - chi paga di più?


fonte  http://www. ilsole24ore.com


Tolta l’Ici è arrivata l’Imu, che ha abbandonato l’abitazione principale dove però è tornata subito dopo aver cambiato nome, mentre mutava la «quota statale» dell’imposta e si infittivano i “tagli compensativi” ai Comuni.

 

Travolti da questo dribbling ubriacante di regole fiscali, i contribuenti hanno seguito con confusione crescente mesi di dibattiti sul tema ma ora, posata la polvere delle polemiche, sono arrivati i numeri veri, e sono molto più semplici da capire: a conti fatti, ai contribuenti la Tasi del 2014 è costata circa il 15% in più dell’Imu cancellata nel 2013 e, aiutata anche dallo sconclusionato affacciarsi dell’imposta sui terreni agricoli, ha portato il gettito al record di sempre: 25,2 miliardi di euro, quasi il 7% sopra il vecchio primato del 2012, e ben il 157% in più rispetto ai tempi “felici” della vecchia Ici.

L’ultima cifra ufficiale è stata scritta dal ministero dell’Economia nel bollettino delle entrate tributarie diffuso la settimana scorsa, e attesta che il debutto della Tasi è valso 4,6 miliardi. Certo, a differenza dell’Imu «superata» nel 2013 (anche a suon di super-acconti delle imposte sui redditi, val la pena di ricordare), il nuovo tributo collegato di nome ai servizi indivisibili non ha colpito solo l’abitazione principale, ma si è spalmato su tutti gli immobili. Magra consolazione, però: il passaggio da Tasi a Imu ha alleggerito il carico fiscale complessivo sull’abitazione principale di 500 milioni, ma questi “risparmi” hanno riguardato una minoranza di contribuenti, quelli che vivono in case dal valore fiscale (e quindi dal conto Imu) più alto, mentre alla maggioranza degli italiani, proprietari di appartamenti con rendite catastali medio-basse, la Tasi ha chiesto in media più della vecchia imposta. Anche su questo punto, la conferma arriva da dati ufficiali, targati sempre ministero dell’Economia, dove si mostra che la distribuzione del peso fiscale si è spostata dalle fasce di rendita più alte a quelle più basse (si veda il grafico a fianco).

Per capire le conseguenze concrete di questo fenomeno basta rifarsi a un altro dato ufficiale, il censimento del Catasto, dove si mostra che meno di 8 abitazioni su 100 superano i mille euro di rendita, mentre il 51,2% delle case non arriva a 400 euro. I 500 milioni non pagati dalle abitazioni principali, in ogni caso, sono stati abbondantemente compensati dagli 1,1 miliardi chiesti dalla Tasi a seconde case, negozi e imprese, cioè dalle categorie che già avevano pagato nel modo più pesante il passaggio dall’Ici all’Imu.

L’impennata del gettito e la sua evoluzione regressiva, andata cioè a danno dei contribuenti più poveri, sono figli diretti delle leggi statali, che prima hanno gonfiato le basi imponibili (con una clausola che ha portato allo Stato tutti gli aumenti standard di gettito, a prescindere dalla divisione fra «quota erariale» e «quota locale») e poi hanno cancellato le detrazioni fisse sull’abitazione principale. Il caos generato dai continui cambi di regole, ripetuti più volte anche in corso d’anno, ha fatto il resto, spingendo le aliquote al massimo anche per tamponare i tagli ai fondi locali.

Tradotte in euro, però, queste dinamiche mostrano forti differenze territoriali, che dipendono solo in parte dalle scelte fiscali dei singoli Comuni. La tabella qui a fianco riporta il gettito pro capite di Imu e Tasi nei capoluoghi di Provincia, e disegna un’Italia nettamente spaccata in due fra i grandi centri e i capoluoghi del Nord, nella prima metà della graduatoria, e il Mezzogiorno che si affolla in fondo. Due avvertenze: il gettito pro capite non indica il conto medio per le famiglie, perché comprende negozi, alberghi e capannoni che alzano nettamente il dato, e il risultato è influenzato parecchio dai valori catastali medi di ogni città. Certe differenze, però, si spiegano solo se si pensa anche ai diversi ritmi delle macchine della riscossione locale. 

Qualche settimana fa, l’agenzia delle Entrate ha stimato in 4,2 miliardi la potenziale evasione sulla casa: una 
cifra importante che, se recuperata, polverizzerebbe ogni record di entrate.

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