giovedì 9 aprile 2015

Federalismo fiscale, ecco l’inferno tributario provocato dallo Stato

Sul federalismo fiscale si addensano enormi equivoci. Da un lato su alcuni quotidiani si continua a parlare di fallimento della riforma del federalismo fiscale (ad esempio Marro sul Corriere 8.4.2015), senza considerare che quello che è davvero fallito è il modo con cui i Governi da Monti in poi hanno trattato quella riforma. Dall’altro in alcuni casi più correttamente si evidenziano (Repubblica, 7.4.2015) ricerche, come quella della Fondazione per la sussidiarietà, che dimostrano come con più federalismo il Pil crescerebbe in misura maggiore (come del resto avviene in Germania).
E’ utile fare un po’ di chiarezza. Nella riforma del federalismo fiscale (l. n. 42/2009 e relativi decreti legislativi) l’Imu era una imposta a saldo zero per il contribuente. Si chiamava imposta municipale unica perché univa l’Ici e l’Irpef su redditi fondiari, che prima andava allo Stato. Era unica perché avrebbe appunto eliminato un’imposta, lasciando al comune appunto ai Comuni anche l’Iperf su redditi fondiari, unificate nella nuova imposta. Inoltre, veniva prevista una limitata possibilità di manovra, per non creare discipline troppo diversificate da comune a comune e veniva affermato il principio dell’invarianza del gettito fiscale.
Dal governo Monti in poi questa imposta è stata travolta dagli apprendisti stregoni del fisco che si succeduti alla giuda del Paese. Ne è risultata una nuova imposta “municipale” che: 1) i cittadini hanno visto più che raddoppiata rispetto alla vecchia Ici (soprattutto per effetto delle rivalutazioni catastali e dell’inclusione della prima casa); 2) non ha comportato alcuna risorsa aggiuntiva per i servizi municipali, perché i Comuni hanno ricevuto meno gettito addirittura rispetto alla vecchia Ici, dovendo aumentare a loro volta le aliquote; 3) è saltata la tracciabilità del tributo, perché quanto pagato in più dai contribuenti è stato incamerato dallo Stato, rendendo di conseguenza anche più complicata l’operatività dei fabbisogni standard sul versante della spesa, perché questi presuppongono imposte tracciabili dal contribuente, chiamato a verificare la spesa giustificata per i servizi locali.
Ma non solo. In due anni l’Imu è stata oggetto di 4 modifiche strutturali e di ben 10 decreti leggi su aspetti secondari (come l’Imu agricola o sui macchinari imbullonati). Ne è nato un inferno fiscale, dove nessuno ha capito più niente. Per effetto della incertezza sulle risorse disponibili, il temine assegnato ai Comuni per approvare i bilanci preventivi è diventato nel 2013 il 30 novembre! La programmazione, e quindi la possibilità di effettuare investimenti a livello locale, è completamente saltata.
Questo inferno fiscale è stato poi ulteriormente peggiorato con l’invenzione della IUC: si chiama ancora, paradossalmente, Imposta Unica Comunale, ma è “una e trina”, perché composta da tre imposte: Imu, Tari e Tasi. Ma non solo: per far tornare i conti si è data un enorme possibilità di manovra ad ognuno degli ottomila comuni italiani.
Così la IUC ha raggiunto 200mila aliquote, che si “riducono” a 100mila per la TASI, con 1.200 diverse categorie di immobili. Si contano 9.700 diverse detrazioni. E qualche giornalista (Trovati) ha provato a censire i casi più eclatanti: a Flero (Bs), per suddividere 72.500 euro di detrazioni fra le abitazioni principali, hanno una formula con tanto di parentesi graffe, tonde e quadre, frazioni e sommatorie. A Ripabottoni, 566 abitanti tra Campobasso e Termoli, hanno previsto uno sconto aggiuntivo da 50 euro se in famiglia c’è qualcuno «con disabilità superiore al 100 per cento»!. A San Marco Dei Cavoti, in provincia di Benevento, l’aliquota è abbattuta del 50% per chi adotta un cane randagio. Sono state scritte più di 400 pagine per definire il funzionamento della Tasi nei soli venti capoluoghi di regione: si va dai 75 fogli della delibera del Comune di Bari, alle 9 paginette scarne passate al vaglio del consiglio di Firenze, fino a doversi sorbire il documento da 63 pagine approvato da Milano.
L’inferno fiscale è giunto a compimento: i commercialisti e le associazioni di categoria hanno inviato una lettera a tutti clienti dicendo che non potevano più, come prima avevano sempre fatto, calcolare l’imposta dovuta dai loro clienti. Calcolarla sarebbe costato più dell’imposta!
Tutto questo inferno fiscale, più che mettere in discussione la riforma del federalismo fiscale (in Germania cose di questo tipo non sono neanche lontanamente pensabili) mette in discussione il modo con cui lo Stato gestisce, ormai da qualche anno, la funzione costituzionale di coordinamento della finanza pubblica.
La Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) ha al riguardo recentemente approvato un rapporto sulla distribuzione delle misure di finanza pubblica, che certifica per la prima volta e in modo condiviso tra tutti i livelli di governo la distribuzione dei tagli delle ultime manovre di finanza pubblica.
E’ chiaro dal Rapporto che i tagli si sono scaricati prevalentemente sugli enti territoriali. Si tratta di un dato estremamente importante per capire come sono andate veramente le cose e che dà riscontro a quanto ormai in più occasioni affermato dalla Corte dei Conti e da ultimo nella delibera del 29 dicembre 2014, Relazione sulla gestione finanziaria degli enti territoriali, dove la Corte ha chiaramente precisato che al comparto degli enti territoriali è stato richiesto, nelle manovre degli ultimi anni, “uno sforzo di risanamento non proporzionato all’entità delle loro risorse”, in base a scelte andate “a vantaggio degli altri comparti che compongono il conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche.” Ed ha quindi auspicato (ma evidentemente non è avvenuto) che “futuri interventi di contenimento della spesa assicurino mezzi di copertura finanziaria in grado di salvaguardare il corretto adempimento dei livelli essenziali delle prestazioni nonché delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali”.
In effetti, nello sviluppo normativo della legislazione statale degli ultimi anni è evidente un fenomeno di abnorme deresponsabilizzazione dello Stato, che, chiamato ad assumersi la responsabilità di una riduzione dei Lea a seguito del venir meno delle risorse disponibili, ha scelto invece la strada di lasciare, da un lato, invariati i Livelli essenziali delle prestazioni dei diritti sociali (Lea e Lep), o peggio ancora di nemmeno definirli in molte materie come l’assistenza sociale, e dall’altro di perpetrare un sistema di tagli lineari, in ciò venendo meno ad un corretto esercizio di quella funzione di coordinamento della finanza pubblica che è invece richiesto dall’art.117, III, comma (e la Corte costituzionale, come si evidenzia in questo numero, non ha mancato, rimanendo tuttavia inascoltata, di rilevarlo).
Se quindi a metà del 2010 un rapporto al Parlamento italiano della Copaff si poteva intitolare L’albero storto, con riferimento alle disfunzioni e alla deresponsabilizzazione di molti enti territoriali, oggi, proprio grazie al nuovo intervento della Copaff, è possibile rovesciare la considerazione e parlare dell’albero storto per definire la situazione della finanza statale, che è rimasta in gran parte esente dal processo di spending review: i lavori di Cottarelli riguardo alla spesa statale sono stati insabbiati e nemmeno pubblicati, né sono stati elaborati meccanismi di definizione della spesa giustificata analoghi ai costi e fabbisogni standard introdotti invece per gli enti territoriali.
Da questo punto di vista, la deresponsabilizzazione maggiore è oggi ravvisabile nel modo con cui il governo centrale gestisce la finanza pubblica: oltre a quanto già detto sulla mancata definizione o aggiornamento di Lea e Lep, basti pensare a casi emblematici di riduzione delle imposte statali finanziati in gran parte con tagli draconiani agli enti territoriali. Il governo centrale si assume il merito e la popolarità di aver ridotto le imposte, mentre sugli enti territoriali scarica la responsabilità (in tutti quei casi in cui non vi sono sprechi commisurati all’entità del taglio subito) di ridurre i servizi sociali o di aumentare la pressione fiscale locale.
In questa dinamica quello che ne va di mezzo sono i valori del pluralismo istituzionale e dell’autonomia territoriale, che per quanto – a volte anche giustamente – denigrati, rimangono pur sempre principi costituzionali cui sono connessi valori di democrazia e anche di efficienza: non buttiamo con l’acqua sporca anche il bambino, dimenticando che quando la competenza era dei Ministeri per l’approvazione di un piano regolatore occorrevano anche dieci anni.
fonte: formiche.net