venerdì 3 aprile 2015

Ideologia gender e condizionamento – Ray Bradbury, uno di noi

Quando mi capita di ascoltare le farneticanti prese di posizione di presentatori televisivi e radiofonici riguardante tutto ciò che indirettamente va costruendo e consolidando l’ideologia gender, mi pongo una domanda.
E’ tutta una simulazione studiata per non mostrare che loro sono in realtà a favore di certe mostruosità, oppure radio e televisioni sono proprio gestite da una frotta di imbecilli che non si avvedono di nulla?

Io penso che non si accorgano davvero di nulla e che dicano certe assurdità perché le credono buone e giuste. Se non si credesse nella buona fede degli uomini, bisognerebbe concludere che la gran parte degli uomini siano delle astute volpi che compiono il male in modo intelligente. E invece gli uomini che perpetrano in modo volontario il male, col fine di rovinare delle anime, non sono moltissimi. La massa che fa il male lo fa anzitutto perché è appestata dall’imbecillità dilagante e non sa quello che fa.
Che ci siano cervelli malvagi a capo del mondo è evidentissimo, ma è un piccolissimo numero di persone. La gran parte sono invece degli imbecilli inconsapevoli di essere strumento dei portatori del male. Il fatto è che i padroni che governano il mondo ci fanno apparire davanti agli occhi una realtà diversa da quella reale e che non vediamo a causa della nebbia che si è incastrata nel nostro cervello a causa della propaganda.
E se non riusciamo a leggere la realtà che abbiamo davanti agli occhi, non riusciamo neppure a leggere la realtà che si presenta sulla carta stampata. Prenderò come esempio un grande romanzo distopico come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Qui il suo autore non si limita soltanto a mostrare i roghi dei libri: questo colpisce solo i lettori che guardano un quadro senza accorgersi dei particolari raccapriccianti che lo compongono. I problemi che emergono in questa società futuristica sono invece molteplici: sparizione del senso di responsabilità, esaltazione per tutto ciò che è artificiale e disprezzo per tutto ciò che è naturale come ad esempio l’erba dei prati, consumismo sfrenato e infatti esistono cartelloni pubblicitari giganteschi in tutti gli angoli della città, le donne votano i politici guardando esclusivamente l’aspetto fisico del candidato, esistono divertimenti su lunga scala per non pensare, c’è una diffusa violenza giovanile, le corse folli in automobile sono una costante nella vita quotidiana di tutti, morire o causare la morte non ha nessuna importanza perché l’esistenza non ha più alcun significato, e si potrebbe andare avanti per una pagina intera.
Non nego che il tema principale del romanzo sia quello dei libri, ma quando si fissa troppo intensamente il soggetto di un quadro, si tende a non vedere più il contesto generale in cui quel soggetto viene a trovarsi; e il contesto in questione è quello di ogni totalitarismo, simile a quello che viviamo oggi o che almeno certi personaggi d’oggigiorno vogliono costruire. Anche in Fahrenheit 451 troviamo infatti il leitmotiv di ogni totalitarismo, dove bambini sempre più piccoli vengono strappati agli ambienti familiari perché questi possono contrastare gli insegnamenti fatti nelle scuole, e allora i bambini sono obbligati a frequentare asili infantili fin da quando sono in fasce. Ciò comunque non dispiace affatto ai genitori di questa società che non ama per nulla avere bambini e il cui tasso di aborti è elevatissimo. A tal proposito, tra le barbarie presenti in questa società, Bradbury affronta di passaggio anche i problemi dell’aborto e del divorzio, temi sempre attuali ma che ai tempi di Bradbury (primi anni Cinquanta) erano ancor più al centro del dibattito, e Bradbury si schierava di certo non a favore di questi traguardi tanto sbandierati dalla cultura moderna (e chiedo scusa alla cultura).
Il protagonista del racconto, infatti, il personaggio che difenderà i libri fino alla morte e che quindi si fa portavoce del decadimento civile e del pensiero dell’autore stesso, in un preciso passaggio inveisce contro una donna nel seguente modo: “Tornatevene a casa e pensate un po’ al vostro primo marito, dal quale divorziaste, al vostro secondo marito, morto in un incidente d’automobili a razzo, al vostro terzo marito, pensate, che si fece saltar le cervella, andatevene a casa a pensare alla dozzina di aborti che avete avuto, a questi e anche ai vostri maledetti tagli cesarei, e ai vostri bambini, pensate, che vi odiano! Andatevene a casa a domandarvi come tutto ciò possa essere accaduto e a ricordare quello che avete fatto per impedire che accadesse!”. Dunque una chiarissima presa di posizione da parte di Bradbury sia contro l’aborto che contro il divorzio.
Siccome però nel “civile” mondo in cui viviamo (orrendo secondo Bradbury) sia il divorzio che l’aborto sono due dogmi inviolabili della religione laicista, è successo che queste pagine di Bradbury siano state espulse simultaneamente dall’apparato cerebrale dell’uomo per un meccanismo automatico del sistema immunitario, con la conseguenza che il libro di Bradbury è stato letto soltanto a metà, a spezzoni, vale a dire solo le parti che ci facevano comodo e che ci lasciavano tranquilla la coscienza, e abbiamo finito col ricordarci solo dei libri che vengono bruciati nei roghi delle milizie.
E invero sono molti gli scrittori portati alle glorie degli altari di cui si è assimilato soltanto una briciola di ciò che hanno prodotto: la parte che non è scomoda all’ideologia. In una cosa i romanzi distopici hanno sbagliato: non c’è bisogno di bruciare i libri (come accade in Fahrenheit 451) o proibirli (come nel Mondo nuovo di Huxley o in 1984 di Orwell), tanto i libri non sono un pericolo per i totalitarismi moderni. Tutto questo poteva forse essere indispensabile per le dittature dello scorso secolo, in cui la ragione del popolo era tutto sommato ancora integra; non così oggi, in cui la repressione dei libri non è più necessaria. Un po’ perché la gente – i giovani soprattutto – non legge più, un po’ perché ciò che leggiamo non viene percepito dalle nostre ragioni offuscate e stravolte dalle idee malsane che vengono diffuse a macchia d’olio.

La ragione non percepisce nulla perché c’è un blocco ideologico nelle nostre teste. Questo è il concetto che sta alla base di un geniale racconto di Dino Buzzati, contenuto nella celebre raccolta dei Sessanta racconti (Premio Strega 1958). Il racconto in questione si intitola La parola proibita. C’è una parola, mai pronunciata nel racconto, che è stata proibita in una determinata città. E se qualcuno, per sfida o per distrazione, dovesse pronunciare o scrivere la parola incriminata, non succederà assolutamente niente perché il divieto è talmente entrato nella profondità degli animi da condizionare la percezione sensoriale; per un veto dell’inconscio, sempre pronto a intervenire in caso di pericolo, se uno pronuncia la nefanda parola, la gente non la sente più nemmeno, e se la trova scritta non la vede, e al posto della parola, vede il muro nudo se la parola è scritta sul muro, o uno spazio bianco sulla carta se è scritta su di un foglio.
A mio avviso questo racconto è uno dei più intelligenti che siano mai stati scritti. E oggi le parole proibite si sono allargate in interi concetti, impossibili da trasmettere a certe persone. Tutto ciò che è troppo faticoso o a cui l’uomo è allergico non sarà mai assimilato dal lettore, ecco qua tutto il problema. Ci ritroviamo dunque a leggere senza difatti leggere, a sfogliare le pagine e basta, imprigionati in quella cecità ideologica di chi guarda senza vedere nulla.
Amombogì - fonte www.notizieprovita.it