mercoledì 2 dicembre 2015

In Venezuela si teme intervento militare USA. C'è di mezzo il petrolio dell'Orinoco?

Si prepara un intervento militare statunitense in Venezuela? Il giornalista Rafael Poleo parla di una imminente invasione del Venezuela

Attilio Folliero, Caracas 27/11/2015 - Aggiornato 28/11/2015

Vedasi: 
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Il giornalista venezuelano Rafael Poleo, della destra più estrema e reazionaria il 26 novembre ha pubblicato una serie di Twitter; in uno di questi segnala l'imminenza di una invasione militare internazionale in Venezuela, come quella della Repubblica Dominicana nel 1965. La Repubblica Dominicana nel 1965 fu invasa dalle forze statunitensi ed ovviamente quando il Poleo parla di una invasione internazionale in Venezuela si riferisce alle forze statunitensi.
Ricordiamo anche che Barack Obama nello scorso mese di marzo ha emesso un decreto con il quale ha dichiarato il Venezuela un pericolo speciale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Tutte le volte che gli USA hanno emesso un simile decreto hanno poi proceduto ad invadere il paese oggetto del decreto stesso.
In altri due twitter immediatamente precendeti a quello appena analizzato, il Poleo fa riferimento alle imminenti elezioni parlamentari venezuelane. Secondo il Poleo  "il regime di Maduro starebbe per sospenderle di fronte alla irrimediabile sconfitta". Inoltre - aggiunge - che gli atti criminali accellerano la fine del regime e diminuiscono le possibilità che il Partito Socialista PSUV sopravviva come partito.
E' dunque imminente una invasione del Venezuela ad opera degli USA? Le prossime elezioni parlamentari rischiano di essere sospese? Che sta cercando di dirci Rafael Poleo con questi messaggi?

Rafael Poleo
Prima di tutto bisogna dire chi è Rafael Poleo. Rafael Poleo, uomo dell'estrema destra, è un impresario, editore, proprietario del quotidiano Nuevo Pais e della Rivista Zeta; è anche il padre della giornalista Patricia Poleo, scappata all'estero per sfuggire alla giustizia venezuelana, che l'accusa di essere la mandante, assieme a Nelson Mezerhane, già proprietario della TV Globovision, all'ex generale Eugenio Áñez Núñez ed a Salvador Romani, dell'omicidio del giudice Danilo Anderson. Rafael Poleo è anche un possibile agente della CIA in Venezuela fin dagli anni settanta. Rafael Poleo, inoltre in una trasmissione televisiva ("Alò ciudadano" di Globovision del 13/10/2008) paragonò Chavez a Mussolini e disse che doveva stare attento altrimenti avrebbe fatto la stessa fine, ovvero appeso  a testa in giù.

Fermo restando che il pericolo di una invasione statunitense del Venezuela è reale, tant'è che Obama ha emanato il decreto di cui sopra, cosa ha voluto dire veramente Rafael poleo con con queste dichiarazioni? Probabilmente Rafael Poleo sta cercando di spaventare l'elettorato, soprattutto gli indecisi, chi sta pensando di non andare a votare ed i chavisti più moderati; come a dire "se non vinciamo, se non la finiamo con questo governo per la via elettorale, l'unica soluzione è l'intevento statunitense".

Le elezioni parlamentari fino ad un mese fa sembravano dovessero essere vinte ed anche nettamente dall'estrema destra per il forte astensionismo che si annunciava nelle file dei partiti di sinistra, a causa del malconento esistente; da un mese a questa parte l'astensionismo, che si annuncia sempre alto, è però in calo perché molti cittadini hanno preso coscienza del pericolo che rappresenta il ritorno della destra al governo; la destra al governo col suo programma neoliberale finirebbe per spazzare via quei benefici ottenuti negli ultimi anni, con la cosiddetta rivoluzione bolivariana.

Nicolas Maduro - Presidente del Venezuela
La situazione del Venezuela è difficile, perchè comuqnue andranno le elezioni ci saranno problemi, anche di ordine pubblico. Se l'opposzione dovesse vincere queste elezioni, è probabile che riescano a vincere anche nel successivo referendum per revocare il mandato al presidente della Repubblica, nel 2016.

Inoltre, benchè la costituzione non lo contempi l'opposizone ha annunciato che, nel caso vincesse con una maggioranza qualificata, il Parlamento procederebbe alla revoca del mandato al presedente; ovvero c'è il pericolo di un colpo di stato parlamentare tipo quello attuato in Paraguay.

In qualunque caso, sia per la possibile politica di austerità di una destra al governo, che provocherebbe l'impoverimento estremo della popolazione, sia per i possibili abusi di potere sarebbe inevitabile una reazione dei "chavisti"; ossia al popolo nonr esterebbe altra alternativa che la ribellione.

Ricordiamo che in Venezuela vige il sistema elettorale maggioritario quindi l'opposizone potrebbe ottenere la maggioranza assoluta, vincendo con un minimo scarto nella maggior parte dei colleggi ellettorali. Ciò significa che pur di fronte a questa possibile maggioranza qualificata, il Veenzuela sarebbe comuqnue diviso praticamente a metà,

Comunque vadano le elezioni, in Venezuela continuerà la polarizzazione: chi vince, anche ottenendo una eventuale maggioranza qualificata in Parlamento, avrà una grossa fetta della popolazioen in contro.

Il "chavista" non accetterebbe di farsi sottrarre i benefici ottenuti in questi ultimi anni e di tornarsene pacificamente nella miseria estrema in cui era stato relegato per secoli; sarebbero inevitabili le esplosioni sociali e la repressione del governo di destra.

I problemi ci saranno ugualmente anche se dovesse continuare a vincere il chavismo perché comunque l'altra metà della popolazione circa continuerebbe ad opporsi all'attuale governo. Questa metà della popolazione istigata dai media, per la stragrande maggioranza nelle mani dell'oligarchia, non ha mai accettato la politica del governo socialdemoctratico di una più equa distribuzione delle ricchezze del paese fra tutte le classi sociali; incitata dai media ha sempre voluto tutto per se.

In definitiva le elezioni non metteranno fine alla polarizzazione esistente nella società venezuelana.
 
È interessante invece sapere che il Venezuela (come scrive Sissi Bellomo su Atlante Geopolitico Treccani 2015) ha la più grande riserva di petrolio al mondo ed è tuttora sfruttata solo in minima parte: la fascia dell’Orinoco, un’area di 54mila chilometri quadrati lungo il corso del fiume omonimo in Venezuela, potrebbe contenerne fino a 1300 miliardi di barili secondo le stime più ottimiste, una quantità quasi pari a quella di tutte le risorse di petrolio convenzionale del globo. 
Area dell'Orinoco

Il progresso delle tecniche estrattive ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e in teoria – utilizzando sofisticati sistemi di riscaldamento del terreno e trivellazione orizzontale – il Venezuela potrebbe recuperare fino al 70% del petrolio dell’Orinoco. Le sue riserve petrolifere ufficiali – aggiornate nel 2010 – sono già salite a 298,3 miliardi di barili, collocando Caracas al primo posto nella classifica mondiale secondo l’annuario Bp, una delle fonti statistiche più accreditate nel settore: un upgrading che le ha consentito di superare l’Arabia Saudita, che ha 265,9 miliardi di barili di riserve, e il Canada, che grazie alle sabbie bituminose ne ha 174,3 miliardi. Gli Stati Uniti, nonostante tutto il clamore sullo shale oil, sono solo decimi in classifica, con 44,2 miliardi di barili, superati anche da Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Russia e Libia.
Mappa del petrolio venezuelano in base all'accordo Petrocaribe

Il problema è che il Venezuela, almeno fino a oggi, non è in grado di sfruttare se non in minima parte le enormi ricchezze che racchiude nel sottosuolo. Il paese è sull’orlo del collasso economico, in gran parte proprio a causa della gestione disastrosa delle sue risorse petrolifere, da cui deriva il 97% delle entrate statali, e la sua produzione petrolifera – che nel 2005 aveva raggiunto un picco di 3,6 milioni di barili al giorno – invece di aumentare diminuisce: oggi arriva a malapena a 2,3 milioni di barili al giorno (anche se Caracas sostiene di estrarre intorno a 3 milioni di barili al giorno).
La compagnia petrolifera di Stato, Petroleos de Venezuela (Pdvsa), dalla fine degli anni Novanta è stata usata come strumento per finanziare le politiche populiste del regime di Hugo Chavez prima e del suo successore Nicolas Maduro poi, senza alcun riguardo per i più banali criteri di redditività ed efficienza gestionale. Basti pensare che il Venezuela, costretto a importare benzina – e recentemente persino petrolio, per diluire il greggio extra pesado – praticamente regala il pieno di carburante ai suoi cittadini e attraverso l’alleanza Petrocaribe invia greggio a prezzi stracciati a Cuba e ad altri 16 paesi dell’area.
Ad aggravare la situazione per Pdvsa c’è l’enorme perdita di know-how subita dal 2003, anno in cui oltre 18.000 dipendenti della società, in gran parte dirigenti e tecnici specializzati, furono licenziati perché ‘colpevoli’ di aver partecipato a uno sciopero: dalla fuga di cervelli che ne seguì Pdvsa non si è mai più ripresa. Anche gli investimenti sono stati trascurati e il poco che è stato fatto ha comportato l’accumulo di enormi debiti, che ultimamente sono diventati ancora più difficili da sostenere: in parte proprio per finanziare lo sviluppo dell’Orinoco, Caracas ha ipotecato la produzione futura, ottenendo dalla Cina prestiti per circa 40 miliardi di dollari, che adesso sta ripagando in natura, con l’invio di quantità crescenti di petrolio a prezzi bloccati e facendosi carico dei costi di trasporto. Nonostante la distanza, le importazioni cinesi di greggio dal Venezuela sono decuplicate dal 2008 a oggi, superando i 600.000 barili al giorno. Quelle degli Stati Uniti sono invece crollate sotto gli 800.000 barili al giorno, ai minimi da quasi trent’anni.