venerdì 15 aprile 2016

Tor Sapienza, intervista al banchista del Bar Jolly: "Per un attimo ho temuto il peggio"


Federico Galli ha 28 anni e da 4 è uno dei banchisti del bar Jolly di Via Prenestina, dove lo scorso 11 aprile è avvenuta l'aggressione da parte di un ospite del Centro di Accoglienza di Via Staderini.

"Era durante il mio turno di lavoro, stavo preparando gli aperitivi come faccio di solito intorno alle 18.30 - racconta Federico con la voce che gli trema, forse ancora terrorizzato da quanto accaduto - il tizio entra e si dirige verso la cassa chiedendo delle sigarette e dicendo o fumo o ammazzo qualcuno. Lo abbiamo sentito tutti bene e ci siamo guardati anche con la cassiera. Non è una frase che si sente tutti giorni. Per pagare tira fuori dalla tasca una scatola con dentro tutti pezzi da un centesimo. La cassiera lo ha invitato a contare i soldi e a farsi da parte per non creare fila in cassa. A questo punto il tizio ha iniziato ad alzare la voce, ma fin qui ancora sembrava tutto nella norma. Capitano personaggi un po' sopra le righe, ma mai avrei pensato ciò che stava per accadere. Mentre il tizio urla, si avvicina un poliziotto in borghese che si identifica e lo invita, insieme ad altri, ad uscire per calmarsi. A questo punto è successo l'impensabile. Il tizio è andato probabilmente in confusione inziando ad aggredire persone e cose che gli capitavano a tiro. Sembrava avere una forza sovrumana, tutto ciò che toccava distruggeva con la sola forza delle mani. Una forza incredibile. Con un sempice colpo della mano a rotto il bancone che tra l'altro ha un vetro molto spesso. Io mi trovavo dietro il bancone ed ero pietrificato dal panico. In un momento di lucidità ho pensato bene di nascondere le bottiglie per gli aperitivi, se gli fossero andate in mano chissà cos'altro sarebbe potuto succedere di peggio. Fra cazzotti e morsi dati agli altri colleghi, il tizio ormai pieno di sangue ha preso un manico di scopa di alluminio ed ha iniziato a colpire ogni cosa. Una rissa in piena regola. Alla fine in 4 abbiamo cercato di immobilizzarlo, ma ci spostava ed è riuscito a raccogliere dei vetri per ferirci. Io ho rimediato un graffio su una mano. La cosa più brutta è che ci sputava addosso il suo sangue"

Sappiamo ormai tutti come la storia si è conclusa. Il giudice ha condannato il tizio solo all'obbligo di firma, ma c'è anche un altro aspetto che sconvolge e che nessuno ha detto: fuggito dalla rissa, il tizio si è rifugiato nel centro di accoglienza, dove poi è stato trovato dalla Polizia.

La domanda che sorge è: da chi sono gestiti questi centri di accoglienza? Perché non ci sono controlli su chi entra ed esce? Tra chi dice "ognuno a casa sua" e chi sostiene "accogliamo tutti" io sono per una terza via. Possiamo accogliere solo se in questo Paese funziona la legalità. Se ci sono zone d'ombra, accampamenti spesso non censiti, centri d'accoglienza forse senza controlli, allora non siamo pronti ad accogliere proprio nessuno. I delinquenti ci sono sempre stati, ma deve altrettanto esserci la risposta dello Stato per il rispetto della legalità e della sicurezza. L'immigrazione è una questione che andrebbe affrontata con la massima serietà e non solo un business da fare sulla pelle dei migranti e dei cittadini.