lunedì 14 novembre 2016

Il problema non è il referendum, ma che cresceremo meno della Grecia




Previsioni di crescita economica per il 2017: la Grecia al 2,7 %, la Spagna 2,3 %. E l'Italia? 0,9 %. Siamo il fanalino di coda d'Europa, e il problema italiano ha un solo nome: produttività al palo.
 
Mentre il mondo aveva gli occhi puntati verso l’altra sponda dello stagno, sono uscite le previsioni di crescita economica del 2017 per l’eurozona della Commissione Europea. Negative un po’ per tutti - si passa da una previsione di crescita complessiva dell’1,7% contro l’1,9% - ma soprattutto per l’Italia. Che si vede tagliare la stima da 1,3% allo 0,9%. E che, esclusa la Finlandia allo 0,8%, è il fanalino di coda del Continente. Per dire, il prossimo anno la Germania crescerà dell’1,5%, la Spagna del 2,3%, la Francia dell’1,4%, la Grecia, addirittura, del 2,7%.
 

Parliamo di Paesi del nord e del sud, piccoli e grandi, che hanno sperimentato l’austerità e che infrangono le regole, che hanno una forte manifattura o che sono specializzati nei servizi. Non c’è un pattern da seguire, se non quello che l’Italia, come al solito, cresce meno di tutti. Come se non bastasse, la Commissione prevede che l’occupazione rimarrà al palo, il saldo strutturale aumenterà e il rapporto deficit/Pil pure.
 
La parola magica per ripartire la conosciamo bene: si chiama produttività - tempo e denaro necessari a fare un determinato prodotto - e anziché risalire, calerà anche nei prossimi anni. Cala perché non ci sono più investimenti, privati e pubblici, da almeno una decina d’anni, se non di più. E puoi pure gettare i soldi da un elicottero, ma gli investimenti non ripartono coi tassi sottozero. Il problema è che i tassi sottozero siamo stati noi a volerli, perché attraverso le politiche di Quantitative Easing della Banca Centrale Europea - che immette denaro nel sistema per provare a generare un po’ di inflazione (missione fallita), comprando titoli di Stato emessi dai Paesi debitori - ci permettono di piazzare meglio i nostri Btp.
 
Rimangono le incognite di una spending review di cui ancora non si è visto l’inizio, a quattro anni dall’inizio della legislatura. Di un sistema del credito che sconta a caro prezzo le sue colpe pregresse e il cui futuro sembra tutto fuorché radioso. Di un mezzogiorno che sta sempre peggio e sempre più si sta impoverendo di capitali e capitale umano. Di uno stock di disoccupazione giovanile e femminile che non si capisce come possa non diminuire, rimettendo in moto i tassi di natalità e drenando il deflusso verso l’estero dei migliori che abbiamo.