mercoledì 5 luglio 2017

Fumo passivo: l’azienda risarcisce il danno al dipendente

Se il lavoratore soggetto al fumo passivo dei colleghi contrae il tumore ai polmoni l’azienda deve risarcire il danno agli eredi.
Non basta affiggere il cartello «È vietato fumare»; il datore di lavoro deve anche vigilare che il divieto sia rispettato dai dipendenti in ogni ambiente chiuso. Diversamente, per l’eventuale malattia ai polmoni causata dal fumo passivo a uno dei lavoratori, l’azienda dovrà provvedere al risarcimento del danno. E se la patologia è talmente grave da determinare la morte del soggetto (come nel caso di tumore ai polmoni) l’indennizzo andrà versato agli eredi. È questo il succo di una interessante sentenza del Tribunale di Palermo [1].
Per il fumo passivo sul lavoro scatta il risarcimento del danno


Il datore di lavoro deve garantire la salute e l’integrità psicofisica dei dipendenti, adottando tutte le misure consentite dalla tecnica. Questo non vuol dire limitarsi ad apporre un cartello con le prescrizioni comportamentali o affiggere il regolamento aziendale. Significa anche impedire eventuali violazioni delle norme o condotte imprudenti, ma tutto sommato prevedibili, da parte dei dipendenti. L’azienda non è responsabile solo di quei comportamenti che fuoriescono da un vaglio di prevedibilità e che sono causa del danno (proprio o ad altri). Inoltre, il datore di lavoro deve garantire la conformità dei luoghi di lavoro ai requisiti prescritti dalla legge anche al fine di destinare al lavoratore uno spazio idoneo che gli consenta il normale movimento, tenuto conto del lavoro che deve svolgere.
Questi obblighi – per come facilmente intuibile – si estendono anche alla necessità di far rispettare il divieto di fumo nei luoghi chiusi di lavoro. L’azienda deve fare in modo che nessuno violi la norma, eventualmente predisponendo dei servizi ispettivi di controllo. In caso contrario, andrà risarcito il danno non patrimoniale agli eredi del lavoratore rimasto esposto per svariati anni al fumo passivo dei colleghi. È infatti obbligo giuridico per il datore di lavoro – si legge nella sentenza in commento – vietare la combustione di sigarette all’interno dei locali chiusi ove il personale è chiamato a trascorrere molte ore al giorno, vigilando poi sull’effettivo rispetto del divieto o quello di predisporre adeguati sistemi di circolazione dell’aria che riducano al minimo la respirazione dei fumi di combustione secondo le tecniche disponibili tempo per tempo.
Quanto poi alla dimostrazione che il cancro ai polmoni è stato determinato proprio dal fumo passivo e non da altri fattori, il giudice ricorda l’alto grado di probabilità che vi è tra la respirazione dei residui delle sigarette e la neoplasia polmonare. Basta una prova che renda probabile l’evento, mentre non è necessaria – si legge nel provvedimento – una prova idonea a garantire un’assoluta certezza al di là di ogni ragionevole dubbio.
Sul piano scientifico costituisce dato notorio come la relazione esistente tra l’esposizione passiva al fumo di sigaretta e il rischio di sviluppare tumori al polmone non sia univoca, e che oltre all’esposizione al fumo, quando forte e prolungata, entrano certamente in gioco altre cause che includono la predisposizione genetica, la dieta, la presenza di malattie polmonari non maligne, l’esposizione al radon ecc. Ma questo non basta al tribunale siciliano per escludere il risarcimento del danno a carico dell’azienda che ha lasciato esposto il proprio dipendente al fumo passivo dei colleghi senza predisporre alcun sistema di prevenzione.

note

[1] Trib. Palermo, sent. n. 2227/17.