martedì 4 marzo 2014

Summit del comitato contro il biogas, i medici: «I rischi per la salute ci sono»


Cornegliano Laudense, 2 marzo 2014 - «Informiamoci e scendiamo in piazza. Diciamo “no” alla scelta delle istituzioni che pensano solo al guadagno e non si preoccupano della salute dei cittadini». Il biogas: questo sconosciuto. Eppure la Lombardia è la prima regione in Italia per densità di centrali, qui infatti si concentra 1/3 degli impianti di tutto il Belpaese.
Dopo i fatti che hanno portato all’intervento dei Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, nel luglio 2013, a soli 7 mesi dall’attivazione, della centrale nell’azienda agricola Lodi Energia che ha sede a Cornegliano in cascina Cesarina, l’altra sera si è svolta un’assemblea pubblica organizzata dal comitato “Ambiente e salute nel Lodigiano” dal titolo «Biogas: nuova frontiera energetica o la solita speculazione finanziaria?».

Da anni il gruppo è attivo, anche con su Internet, all’indirizzo www.corneglianogas.org, per tutelare il territorio dalla creazione di impianti di stoccaggio del gas naturale. L’incontro è stata occasione per spiegare alla cittadinanza cosa sono le biomasse e quali conseguenze hanno sulla salute di chi vive a ridosso delle strutture.
C’erano oltre 50 persone, nella sala consigliare del Comune di Cornegliano, e hanno ascoltato con attenzione le parole di Michele Corti, docente di Agraria all’Università di Milano ed esperto di rischi ambientali e sanitari connessi alle costruzioni di impianti a biogas.

Si è discusso dei problemi che causa alla salute con Danilo Conti, medico all’ospedale Maggiore di Lodi. Che le centrali biogas siano inquinanti se non gestite in modo idoneo, infatti, è ormai una certezza. I rischi? Nel Lodigiano sono molteplici. «In questa zona l’inquinamento dell’aria è già ai massimi, pensare a strutture del genere è pura follia», hanno spiegato gli esperti.
Oltre l’aria, anche l’ avvelenamento dei terreni è tra i problemi segnalati. «Molte centrali di biogas — ha spiegato Corti — usano liquami animali combinati con vegetali. Perciò, per alimentare una centrale da un Megawatt, occorre coltivare un terreno di 300 ettari, che viene così sottratto alla produzione alimentare. Gli ultimi anni sono stati però caratterizzati da un progressivo abbandono dei terreni a causa dei scarsi guadagni del settore agricolo e dalla concorrenza dei Paesi esteri. La sostituzione di colture a basso reddito con il mais da biomassa ha permesso a molte aziende di sopravvivere alla crisi. In questi casi, poiché i vegetali necessari per la fermentazione non sono destinati all’alimentazione umana e poiché quello che conta è la resa, i terreni coltivati vengono irrorati con dosi massicce di fertilizzanti e pesticidi, inquinando il terreno stesso e le falde acquifere».
Il docente universitario fa un esempio su tutti per spiegare gli effetti nocivi sulla salute: «Una centrale di biogas lavora per oltre 8mila ore l’anno, sarebbe come se per la Muzza di Cornegliano transitassero ogni giorno 600mila vetture con marmitta Euro 4». Le alte emissioni prodotte da queste centrali capaci di bruciare alte quantità di materiale organico per produrre energia oltre a liberare nell’aria polveri sottili, emanano ossidi d’azoto, ozono e altre molecole inquinanti. «Il danno alla salute — assicura il dottor Conti — è molteplice perché agli effetti diretti degli ossidi d’azoto (Nox), come le malattie respiratorie, si devono sommare quelli dell’ozono e del particolato fine che possono causare infarti e altre patologia cardiocircolatorie, oltre al cancro al polmone».